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Cultura e Identità

Fede, tradizione, identità.

La Redazione
30 marzo 2026
4 min di lettura
108 letture
Fede, tradizione, identità.

Fede, tradizione, identità.


Sono queste le parole che, forse più di tutte, caratterizzano la Settimana Santa tarantina, momento centrale nella vita religiosa e sociale della Città dei Due Mari.

Negli ultimi trecento anni, infatti, durante il Triduo Pasquale si perpetua una tradizione antica che lega indissolubilmente la città pugliese alla fase spagnola della sua storia.

Protagoniste indiscusse del perpetuarsi di questa tradizione, insieme alla fede dei tarantini, sono le due confraternite che ancora oggi detengono il privilegio di prendersi cura dei due pellegrinaggi — quello “dei perdoni” del Giovedì e quello dell’Addolorata, nella notte tra Giovedì e Venerdì Santo — e della Processione dei Sacri Misteri, che si svolge tra il Venerdì e il Sabato mattina.

Alle 15:00 del Giovedì Santo, gli occhi sono tutti puntati verso la Chiesa del Carmine, gioiello barocco incastonato nel cuore del Borgo Umbertino, dal quale escono i Perdoni (le “Perdúne” in dialetto tarantino).

Si tratta di coppie di confratelli appartenenti all’Arciconfraternita del Carmine che, a intervalli regolari, a piedi scalzi, con passo lentissimo e volto incappucciato, si incamminano verso le antiche chiese della Città Vecchia e del Borgo, dove sono allestiti gli Altari della Reposizione, per compiere un silenzioso momento di adorazione eucaristica che terminerà entro la mezzanotte del Giovedì, con il rientro dell’ultima coppia.

È la coppia de “u serrachiese”, antico nome dialettale che indicava colui o coloro che avevano il compito di “serrare” le chiese, cioè di chiuderle per la notte che si avvicina.

È proprio il passaggio tra il Giovedì di Passione e il Venerdì che segna l’inizio del lungo e silenzioso pellegrinaggio della Madonna Addolorata, “la mamma” di Taranto e dei suoi abitanti, che dalla trecentesca chiesa di San Domenico Maggiore percorre le strade della Città Vecchia e del Borgo Umbertino.

Poche centinaia di metri percorsi in ore di lento cammino, che terminerà nel primo pomeriggio del Venerdì Santo, giorno che apre al ricordo della crocifissione e al silenzio.

A curare questo momento di forte devozione è la Confraternita della SS. Addolorata e di San Domenico, fondata nella prima metà del Seicento, così come quella del Carmine.

A rendere riconoscibili i due sodalizi sono soprattutto alcuni elementi dei loro abiti di rito. Mozzetta bianco panna per gli appartenenti all’Arciconfraternita del Carmine, nera per quelli della SS. Addolorata e San Domenico.

Piedi scalzi per i primi, formali scarpe nere ingentilite da un fiocchetto per i secondi.

L’ultimo atto dei giorni nei quali Taranto non dorme mai ha inizio alle 17:00 del Venerdì Santo quando, puntuale come un orologio svizzero, si apre nuovamente il portone della Chiesa del Carmine e prende avvio quella “liturgia perfetta” che è la Processione dei Sacri Misteri.

Nata come tradizione privata, privilegio di proprietà e organizzativo dell’antica e blasonata famiglia Calò, che risiedeva in Città Vecchia, la Processione dei Sacri Misteri oggi segna, con il suo lento incedere, le strade del Borgo Umbertino.

Sono due le statue più antiche: quella di Gesù Morto e quella dell’Addolorata, commissionate da don Diego Calò nei primi anni del Settecento e donate all’Arciconfraternita del Carmine poco dopo la metà dello stesso secolo.

Al primo corpus statuario, nel tempo — siamo agli inizi del Novecento — si affiancarono altri simulacri di pregevolissima fattura, opera di Giuseppe Manzo, definito il Michelangelo della cartapesta.

Quando il sole del Sabato Santo, giorno del silenzio, sarà ormai sorto da tempo, al termine di un cammino durato tutta la notte al solo suono delle marce funebri, di fronte al portone chiuso della Chiesa del Carmine — dove tutto era iniziato — si trova un uomo solo.


È il troccolante.

Colui che, con la sua presenza e con il suono di uno strumento musicale tanto antico quanto evocativo, apriva il lungo incedere dei confratelli, bussa per tre volte al pesante portone usando il suo “bordone”, il bastone al quale si è appoggiato per tutto il tempo.


Silenzio, un lungo applauso e, dopo di lui, lento come all’uscita, il lungo corteo rientra in chiesa.


A restare nella mente di coloro che hanno preso parte a questo momento tanto semplice quanto carico di pathos è solo il silenzio assordante e la certezza di un consapevole arrivederci alla Pasqua successiva… perché è da ormai trecento anni che succede così.


Di Luca Adamo

Riproduzione riservata

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